Lucca, 14 agosto 2024 - Vigilia dell'Assunta
Carissimi fedeli di Ossago,
come sapete, lo scorso 27 luglio il Vescovo mi ha nominato vostro parroco. Tutto è stato improvviso e veloce: in pochi minuti tutto è avvenuto.
Forse si poteva prevedere.
Infatti, l'ultimo Sinodo diocesano, tra le proposte emerse perché non manchi l'annuncio del Vangelo e la celebrazione dell'Eucaristia in nessuna parrocchia. pensa alla formazione di comunità pastorali dove più parrocchie di un medesimo territorio si mettono in rete e ne condividono la cura pastorale. Ossago e S. Martino, oltre alla conoscenza di buon vicinato, hanno già in atto esperienze di condivisione, soprattutto nei confronti dei più giovani: penso alla scuola, alle attività sportive, a eventi oratoriani.
Certamente, il mutare dei tempi e delle condizioni sociali chiedono anche alle nostre comunità cristiane di antica tradizione un ripensamento pastorale e uno slancio creativo. Ci sono dei “segni dei tempi” che ci toccano ed esigono di essere ascoltati, accolti, interpretati perché Gesù Cristo, attraverso la testimonianza dei suoi discepoli, continui ad incrociare la vita degli uomini e delle donne dei nostri paesi.
La prima reazione che ho provato è stata quella di una forte commozione per il grande dono che stava accadendo nella mia vita. Non ho pensato ad altro e nessuna domanda (cosa fare adesso? riuscirò a mettere insieme le cose? dove abiterò?) mi ha sfiorato. Quindi, vengo a voi sentendomi davvero graziato e favorito dalla richiesta di allargare il mio cuore sacerdotale ad altre persone amate dal Padre dei cieli: del resto, non è questo il senso della mia vocazione al ministero?
E poi, mi è fatta anche la grazia di sentirmi custodito da Maria, la madre del Signore, perché, ne sono convintissimo, non sono io a diventare il custode del suo santuario, ma è lei che mi vuole nella sua casa, cioè ancora più vicino, per continuare la sua maternità formandomi un cuore evangelico, filiale e fraterno, mite e umile.
Per questo, vengo a voi con tanta serenità.
Sapete che con me ci sarà anche don Angelo Dragoni, come collaboratore: quindi, saremo non uno ma due sacerdoti a condividere il vostro cammino di fede. Entreremo nella storia della comunità di Ossago con la consapevolezza di raccogliere la feconda esperienza di preti che hanno donato energie e passione per voi. Cercheremo di mettere anche i nostri passi su questo bel cammino che ci precede e che andrà oltre noi. Mi piace ricordare quelli che ho conosciuto: don Gianni, don Franco, don Pierluigi, don Alessandro, don Francesco. A loro va il mio grazie e la richiesta di accompagnarci chi dal Cielo con la preghiera di intercessione, e chi dalla terra con l'amicizia fraterna e la sapienza sacerdotale.
Ringrazio il sindaco Luigi Granata che, subito dopo l'ufficialità della nomina, si è fatto interprete dell'augurio di tutto il Paese e mi ha manifestato la pronta disponibilità alla collaborazione. Sono convinto che il primo servizio ad una comunità, al di là dell'appartenenza confessionale, sia quello di camminare insieme tra la gente e con la gente per ascoltare, strappando dalla solitudine e diventando segni di fiducia.
Vi invito a ringraziare con me il Signore e a pregarlo perché mi aiuti a mettere me stesso a vostro servizio con gioia e generosità.
Vi assicuro che siete già entrati nella mia preghiera quotidiana alla nostra Mater Amabilis.
Il vostro nuovo parroco
Don Davide Chioda
Il dono del cammino: grazie, sindaco Andrea e sindaco Luigi per la proposta di questo tratto di strada percorso insieme da S. Martino a Ossago: è una bella immagine della vita, del cammino dell'uomo.
La strada che mi precede vien prima di me...la mia famiglia, le mie radici
la strada che si apre innanzi a me, il futuro, con la sua missione, le scelte, i rischi, l'incognita, la meta...
la strada luogo di incontro e di compagnia, di dialogo e di ascolto, soprattutto di ascolto:” Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.
La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio (cammino) verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” (GS 1).
Sempre sublimi e mai sbiadite queste parole del Concilio!
Anche Gesù, il mio Signore, mi ha regalato proprio quell’” Io sono la via, la strada” (Gv 14,6) per dirmi dove cercare Dio, dove trovarlo, dove servirlo indicando anche a me, come a Pietro, ciò che conta davvero:” Tu seguimi!” al di là della tua fedeltà o del tuo rinnegamento, del tuo slancio o della tua paura, del tuo comprendere o del tuo smarrirti: Tu seguimi!”.
“Quelli della via”: negli Atti degli apostoli sono chiamati così i discepoli del Signore (At 9,2; 19,9.23). E qui mi trovo dentro una storia sacra, di volti e di vicende concrete, Abramo, Maria di Nazaret, Giuseppe, Gervaso e Protaso, Martino e Bernardo...trovo i volti dei miei genitori e dei miei familiari, dei sacerdoti che mi hanno appassionato per il Gesù, di tanti amici che a Pieve, a san Bernardo, a S. Colombano, a Tribiano e San Barbaziano (ne vedo qui diversi che ringrazio di cuore), a San Martino e ora qui a Ossago si sentono amati dal Signore e cercano di seguirlo sul cammino della croce, dell'amore sempre più grande, che è il cammino della vita buona e bella, vera.
Stasera, percorrendo alcune vie di Ossago ho visto le case, finestre illuminate, alcuni segni di festa, segni di vita: ho pensato alle persone che ci abitano. Forse, c'è chi sta vivendo momenti di gioia, qualche bambino che gioca, oppure qualche malato o anziano che vorrebbe essere qui con noi ma non ce la fa, o qualche preoccupazione che rattrista il cuore, spegne la voglia di vivere, rallenta il passo, gente forse amareggiata, nervosa... È la vita da ascoltare, è dove fermarmi e non passare oltre. Lì mi aspetta il mio Signore.
Mi è venuto in mente il card. Martini che, nel suo ingresso a Milano, ha voluto percorrere alcune strade con in mano il vangelo di S. Marco, l'evangelista che ci sta accompagnando nelle domeniche di questo anno. Mi sono chiesto: Che cosa ho da portare io venendo in mezzo a voi? Solo questa sapienza, il vangelo che è Gesù, un dono che è stato messo nelle mie mani e che cercherò di condividere con voi, con la consapevolezza della grande tradizione della Chiesa che “il vangelo cresce con chi lo legge: “come il mondo, la Scrittura non è creata una volta per tutte: lo Spirito santo la “crea” ancora, si può dire, ogni giorno, via via che la “apre”. Per una meravigliosa corrispondenza egli la dilata nella misura in cui dilata l'intelligenza di colui che l'accoglie” (Gregorio Magno). Sarà il lavoro, l'opus Dei, di portare qui, accanto al vangelo, la pagina dei nostri giorni; di mettere i nostri cuori accanto al Cuore di Dio che pulsa nelle parole vive del Vangelo; di far tacere le nostre chiacchere perché risuoni la Parola.
Sarà come l'esperienza del roveto ardente che faremo in modo speciale ogni domenica (“perché non possiamo vivere senza la domenica!”) trovandoci attorno alla mensa della Parola che sarà annunciata e che si farà carne nel mistero del pane consacrato, dell'Eucaristia, che spezzeremo insieme, che mangeremo, perché diventiamo corpo del Signore. Un dono che non chiuderemo tra le mura della nostra chiesa ma che condivideremo con gioia e in gratuità, sulla strada, sui sassi, tra le spine, nel terreno buono con la stessa generosità e fiducia del seminatore divino; un dono che porteremo alla mensa di Betania, la casa degli amici, dove ci troviamo bene; ma anche alla mensa di Matteo il pubblicano, la mensa dei peccatori, di chi non odora di chiesa e di preghiera; fino alla mensa dei tanti smarriti e delusi e sfiduciati di Emmaus, cercatori di Dio, pur senza saperlo.
Mi piace pensare a questa rete di situazioni che il Signore attraversa e ama tanto e che vuole raggiungere oggi attraverso noi. Situazioni che possono spaventarci, spesso più grandi di noi, dove la vita si complica e sembra farsi largo solo il regno del divisore, del demonio. E noi, come i discepoli del vangelo, ci stringiamo attorno a lui, al Signore Gesù, per chiedergli luce, per spiegarci come la pensa lui, qual è il desiderio del Padre.
E Lui ci rimanda al “principio”, “l'inizio della creazione”, al progetto di amore e di dono, che Dio ha manifestato nella differenza dell'uomo e della donna creati per la comunione, per essere “una carne sola” (Mc 10,6-8).
E' il principio dell'amore che ci ha fatti immagine e somiglianza di Dio.
E' la mano benedicente che Dio non ritira mai dai suoi bambini che siamo noi (Mc 10,16) e che ci dà serenità, sempre.
Per questo “andiamo di inizio in inizio” (Gregorio di Nissa). Ogni nostro passo, anche il mio arrivare qui a Ossago stasera, non è un arrivo, ma un inizio di percorso, da inizio in inizio, di luce in luce, nella giovinezza che ci garantisce lo Spirito Santo.
Carissimi parrocchiani,
sabato sera 5 ottobre è stato un momento molto significativo e intenso di comunità: ho sentito non solo il calore della vostra accoglienza ma anche tutto il vostro desiderio di avere tra voi il sacerdote, di camminare insieme, di essere famiglia. È stato bello arrivare a piedi con gli amici di S. Martino e all'inizio di Ossago unirci a voi e diventare un unico cammino. Uno spaccato di umanità dove il passo differente prende il ritmo comune, le distanze si accorciano, i diversi colori diventano arcobaleno di pace. Don Angelo ed io siamo qui e con gioia rinnoviamo il nostro “Sì” al Signore che prende il volto concreto di ognuno di voi. Il passaggio del Concilio che vi ho citato l'altra sera vuole essere come una fonte di continua ispirazione dello stile che ci è chiesto per abitare questo tempo e dello sguardo sereno da posare sulla realtà: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”.
Il nuovo cammino che abbiamo intrapreso ci può spaventare e lasciare un po' confusi. Come faremo con due parrocchie? Don viene ad abitare qui? E con il grest quest'estate? I ragazzi chi li segue? E gli orari delle celebrazioni?... Non so rispondervi. Sono tutte domande legittime, perché ogni novità porta con sé tante incertezze e paure. Vorrei sentire questa pagina nuova che si apre nella storia di Ossago e S. Martino come un invito a “prendere il largo”: lo ha fatto Gesù con i suoi amici dopo il fallimento di una notte di pesca andata buca. Con l'eredità di fede e di umanità che ci è consegnata dai nostri padri e madri, dai sacerdoti che ci hanno preceduto e che hanno amato le nostre parrocchie, con lo sguardo attento sulle nostre realtà, nell’ascolto cordiale di ciascuno sapremo individuare i passi da fare e le scelte necessarie. Forse alcune abitudini dovremo lasciarle: il “si è sempre fatto così” dovrà confrontarsi con il “ma è ancora necessario oggi?”; una religiosità di tradizione dovrà far spazio a una fede di convinzione: ma con i frammenti di “cose antiche e cose nuove” che ci sono nel tesoro delle nostre comunità sapremo “impastare nuovo pane” per la nostra fame di oggi. Mi piace concludere con queste parole di un santo vescovo brasiliano dom Helder Camara: “Quando il tuo battello ancorato da molto tempo nel porto ti lascerà l’impressione ingannatrice di essere una casa, quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo, prendi il largo.
È necessario salvare a qualunque prezzo l’anima viaggiatrice del tuo battello e la tua anima di pellegrino.
E parti...
Partire è anzitutto partire da sé.
Rompere quella crosta di egoismo
che tenta di imprigionarci
nel nostro “io”.
Partire è non lasciarci chiudere
negli angusti problemi
del piccolo mondo cui apparteniamo.
Qualunque sia l’importanza di
questo nostro mondo,
l’umanità è più grande
ed è solo essa che dobbiamo servire.
Partire: non divorare chilometri,
attraversare mari, volare
a velocità supersoniche.
Partire è anzitutto aprirci agli altri,
scoprirli, farci loro incontro.
Partire è aprirci alle idee,
comprese quelle contrarie alle nostre.
Significa mettersi in marcia
e aiutare gli altri a cominciare
la stessa marcia per costruire
un mondo più giusto e più umano.
Don Davide